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venerdì, 11 aprile 2008

Studentessi

Qualcuno da qualche parte linka questa recensione dell'ultimo album di Elio E Le Storie Tese.
Non brutta e non mendace, in fondo, anche se io non ho scorto particolari segni di "stanchezza". Ok, forse non sarà l'album più riuscito (difficile secondo me eguagliare un Eat The Phikis o un Italian, Rum...) ma contiene alcuni guizzi molto piacevoli. E si poteva spendere qualche parola sulla PFM-iana Plafone, il brano di apertura.
Direi che un 7 1/2 il disco se lo merita agilmente.
blaterato da ilsalta alle ore 19:37 | link | commenti
categorie: musica, recensioni, eventi, frank zappa, elio e le storie tese
lunedì, 10 settembre 2007

Una canzone.

The Sun Is Burning, di Ian Campbell

Non mentirò dicendo di conoscere il sig. Campbell, e di poterne parlare. Ma del brano sì, che ne posso parlare. Lo conosco nella versione di Simon & Garfunkel, contenuta nel loro album d'esordio, Wednesday Morning, 3 a.m.
Saranno vent'anni che ho ascoltato per la prima volta questo album. godendone, per la essenziale pulizia dei suoni acustici e il perfetto affiatamento delle due voci. All'epoca della sua realizzazione, la "svolta" elettrica di Dylan, e il suono "jingle jangle" delle Rickenbacker dei Byrds erano a un passo dall'arrivare. Simon & Garfunkel, nell'ottobre 1964, si stavano ancora attardando nei territori del folk acustico, e ci avrebbe pensato il produttore Tom Wilson, pochi mesi dopo, a elettrificare la base di The Sound Of Silence, facendole fare il botto in classifica.
Questo album è sorprendente per diversi motivi. Per il perfetto affiatamento vocale del duo (godetevi la preistorica stereofonia con cui è stato realizzato: le due voci sono drasticamente separate sui 2 canali, se voleste imparare per bene i controcanti), e per l'intensità con cui i musicisti riescono a intessere atmosfere ricche e varie con pochi strumenti acustici (chitarre, contrabbasso, una spruzzata di banjo).
Ho amato molto questo disco, imparandone gli accordi e i testi, ma - come capita a volte ai ragazzini - trascurandone qualcuno. Di The Sun Is Burning mi piaceva l'andamento morbido, l'atmosfera sonnolenta, placidamente cadenzata. Immaginavo raccontasse momenti pigramente bucolici, languidi, un po' a cavallo fra un Meriggiare Pallido E Assorto di Montale e un Giorno D'Estate di Guccini.
Con mia somma sorpresa, qualche anno fa mi sono imbattuto nel testo.
C'è sì il sole pigro che tramonta, ci sono sì i bambini che sanno che è ora di smettere di giocare e rincasare, ci sono anche i fidanzatini nel parco che aspettano che il sole scompaia all'orizzonte per amoreggiare approfittando del buio.
Ma,  di colpo - e sottolineato da un improvvisa impennata nel volume delle voci cantanti: bum! il sole ha toccato l'orizzonte.
Ammantata in una letale nuvola a forma di fungo, arriva la morte con un lampo accecante, e tutto quel che lascia sono "relitti umani contorti e ciechi che si trascinano gridando di dolore".
Un contrasto impensabile con quello che la canzone sembrava preparare.
Un piccolo gioiello.
Qui trovate il testo, con la traduzione di Riccardo Venturi.
blaterato da ilsalta alle ore 12:25 | link | commenti
categorie: musica, recensioni, memoria, leggende, nonsibuttavianulla
sabato, 04 agosto 2007

With A Little Help From My Friends

Con vergognoso ritardo rispetto al quarantennale della pubblicazione di Sgt.Pepper's Lonely Hearts Club Band, avvenuta il 1° giugno 1967, ripropongo il testo di una delle più celebri canzoni dei Beatles, entrata nel mito anche grazie all'interpretazione in chiave soul offertane da Joe Cocker a Woodstock nel 1969.
Uno dei più fulgidi esempi di quel quid di epocalità che spacca la critica fra i sostenitori dei fab four, che difendono la consapevole genialità del quartetto di Liverpool, e i detrattori, che ne sottolineano l'essenza di "fortunati giovanotti" al posto giusto nel momento giusto.
Resta il fatto che quel "Cosa vedi quando spegni la luce? -- non so dirtelo, ma so che mi appartiene", è un capolavoro di verso, che ha tonnellate di significati i quali la dicono molto più lunga, sulla stupidità dei nostri simili, di mille trattati di sociologia. Se ne era accorto anche Stephen King, citandolo nel suo Danse Macabre.  Pietre miliari nella nostra modesta cultura Pop.



What would you think if I sang out of tune,
Would you stand up and walk out on me.
Lend me your ears and I'll sing you a song,
And I'll try not to sing out of key.
Oh I get by with a little help from my friends,
Mmm I get high with a little help from my friends,
Mmm I'm gonna try with a little help from my friends.

What do I do when my love is away.
(Does it worry you to be alone)
How do I feel by the end of the day
(Are you sad because you're on your own)
No, I get by with a little help from my friends,
Mmm I get high with a little help from my friends,
Mmm I'm gonna to try with a little help from my friends

Do you need anybody?
I need somebody to love.
Could it be anybody?
I want somebody to love.

Would you believe in a love at first sight?
Yes I'm certain that it happens all the time.
What do you see when you turn out the light?
I can't tell you, but I know it's mine.
Oh I get by with a little help from my friends,
Mmm I get high with a little help from my friends,
Oh I'm gonna try with a little help from my friends

Do you need anybody?
I just need someone to love.
Could it be anybody?
I want somebody to love.
Oh I get by with a little help from my friends,
Mmm gonna try with a little help from my friends
Oh I get high with a little help from my friends
Yes I get by with a little help from my friends,
With a little help from my friends!

(Lennon - McCartney, 1967)
blaterato da ilsalta alle ore 20:55 | link | commenti
categorie: recensioni, fuffa, testi, memoria, soliloqui
mercoledì, 29 novembre 2006

Ho recensito Still Crazy After All These Years.
Strappatevi i capelli.
blaterato da ilsalta alle ore 16:44 | link | commenti (5)
categorie: recensioni
martedì, 21 novembre 2006

Ho aggiunto DeBaser fra i link. Sito interessante, consigliatomi da Kurtz, che permette di pubblicare le proprie recensioni musicali. Ho inviato la mia recensione di Sacred Baboon, vediamo se la approvano (sono 2287 caratteri contro un massimo di 1800 consigliati).*

E' morto Robert Altman.


*UPDATE: poco dopo l'invio, la rece è finita dritta nelle "DeRecensioni Scelte Dagli Editors".

Ma vai. Ma vieni. Ma chi sono.
blaterato da ilsalta alle ore 17:45 | link | commenti (9)
categorie: recensioni, nonsibuttavianulla
domenica, 16 luglio 2006

Sacred Baboon coverYezda Urfa - Sacred Baboon (1976)

Il rock progressivo degli anni 70 fu, almeno nelle sue fasi iniziali, un fenomeno tipicamente inglese. Che però non tardò a espandersi, e a coinvolgere tutta l'Europa  e, a stretto giro, anche gli Stati Uniti. Proprio da oltreoceano sono arrivati, talvolta, dei piccoli e misconosciuti gioielli che hanno avuto l'unica colpa di giungere "fuori tempo massimo", col punk e la disco-music ormai alle porte, e magari di essere soltanto troppo defilati dalla scena "mainstream".
E' il caso degli Yezda Urfa e del loro Sacred Baboon, registrato nel 1976 e rimasto in qualche polveroso cassetto fino al 1989 quando venne finalmente editato su vinile dalla meritevole etichetta californiana SYN-PHONIC, responsabile dell'esumazione di altri pezzi da novanta come i Cathedral di Stained Glass Stories (1978). L'edizione su CD risale invece al 1992, ed è quella in mio possesso.
Feticcio mitico e di piccolo-grande culto fra gli appassionati di prog, S.B. si merita la sua fama per più di un motivo.
Innanzitutto è praticamente l'unica opera completa del gruppo, che si scioglierà poco dopo (negli ultimi tempi sembra che si siano riuniti, fra parentesi); l'unica altra opera, Boris, stampato originariamente in 300 copie e ridato alla luce in digitale solo da un paio d'anni, altro non era se non una versione provvisoria e grezza del materiale che andrà a comporre il "rifinito" Sacred Baboon

Stilisticamente debitori ai migliori Gentle Giant e Yes, i cinque Yezda Urfa costruiscono con questo album un collage impazzito di citazionismi, di galoppate furibonde, di destrutturazioni del tessuto compositivo. Una kermesse sonora che è allo stesso tempo omaggio ossequioso e parodia estremizzata della cifra stilistica degli ispiratori inglesi.
Difficile descrivere a parole i brani del disco: sette pezzi che lasciano poca tregua all'ascoltatore, durante i quali i (pochi) momenti rilassati e melodici - molto belli, fra l'altro, vengono sovente spazzati via da accelerazioni, frenesie, contrapposizioni feroci fra leziosismi molto vicini a Bach e stacchetti di caos infernale, musichette da luna park, progressioni al fulmicotone.
C'è molto barocco dentro, ma, come si diceva, c'è molta destrutturazione, molto gioco.
Se certo prog è stato definito "barocco", con gli Yezda Urfa siamo in una sorta di prog dada-barocco: una musica ricca di spunti e di sorprese, ma che al primo ascolto può dare le vertigini, tanto sembra non voler dare fiato o punti d'appoggio all'audience.
Disco pieno di cose da scoprire, consigliabile a coloro che comunque si siano già avvicinati all'abc del prog, e che abbiano almeno digerito i fondamentali.
Decisamente sconsigliato ai fruitori dell'easy listening. Cerebrale.
Registrazione non perfettissima, buona considerato il budget non "di serie A".
Voto: 8
blaterato da ilsalta alle ore 00:42 | link | commenti (2)
categorie: recensioni
sabato, 20 maggio 2006

Sono rimasto incantato da Southern Exposure di Alex De Grassi (1980).
Mamma mia che bellezza. Suono cristallino, arpeggi precisissimi, atmosfere sognanti...
10 brani in tutto, 38' e 45'' di composizioni molto "romantiche". Non c'è frenesia, e il (notevole) virtuosismo è al servizio di un sound rilassato e poetico.
Tecnicamente mi sembra accostabile a Pierre Bensusan, o alle cose più lineari di Michael Hedges: armonie a cavallo fra jazz e new-age, estrema grazia e precisione nel tocco, senza sfrigolii e strofinamenti vari.
La chitarra è sempre pulita, c'è al massimo un po' di riverbero naturale.
Gli dò 9, senza indugio: fin dal primo ascolto si percepisce il valore di un disco che non può mancare nella collezione degli appassionati di chitarra acustica.
 
blaterato da ilsalta alle ore 17:32 | link | commenti
categorie: recensioni
giovedì, 02 febbraio 2006

Du' libbri

Diego Cugia, Il Mercante di Fiori, Piccola Biblioteca Mondadori 2003

Ci avevo già provato una prima volta, a portare a termine la lettura di questo libro. Senza successo. Quelle letture che risultano fastidiose, lente, distaccate.
Il risvolto di copertina ci dice che il libro è "diventato anche uno sceneggiato radiofonico di grande successo", e che è "un atto di accusa senza mediazioni contro gli orrori del nostro tempo". Anvedi.
Ora, Diego Cugia (il Jack Folla di Alcatraz, programma che fra l'altro mi piaceva), sapeva fin dall'inizio che avrebbe ridotto il libro a uno sceneggiato radiofonico. Tutta la narrazione è affidata al dialogo, solo in pochi casi sporadici i personaggi fanno un breve "a solo" di monologo interiore, mai più di una manciata di righe.
E a fidarsi del risvolto di copertina, il romanz(ett)o dovrebbe denunciare l'orrore della tratta delle bianche. Peccato che non lo faccia, non ci riesce proprio.
Condotto sul filo di una freddezza unica, il libro è una pletora di dialoghi improbabili, dove tutti (vittime e carnefici) parlano per frasi fatte, giocano a psicanalizzare e a psicanalizzarsi un tanto al chilo, sembrano dei baronetti annoiati durante l'ora del tè.
Non si sa dove l'autore abbia voluto andare a parare (a parte la cassa, ovviamente). Le prime pagine sembrano promettere un tono giornalistico, da romanzo-verità; ma dopo poco il continuo ripetere aforismi sciapiti, da parte di tutti (criminali, prostitute, un monaco zen, casalinghe e pensionati) dà sui nervi.
L'autore se ne deve essere accorto, perché imposta la seconda metà del libro sulla fantapsicologia, e ruzzola in un delirio di personalità multiple, ruoli che si scambiano, sostituzioni di persona, agnizioni da negozio di parrucchiere, e quant'altro.
Insomma, la scrittura annoia, la trama è riempita di aneddoti inverosimili, e non denuncia un cazzo nulla: le situazioni evolvono in modo così improbabile che nessun lettore si angoscerà per il dramma reale del commercio di schiave.  Un po' come scrivere un romanzo sulla mafia e mettere a capo della cupola il fantasma formaggino, insomma.
Voto: 4

un campione (e non è dei peggiori, giuro):

MARIA: Sono così incivile da non riuscire ancora ad affezionarmi al mio padrone. Ti odio anch'io.
CALVIN: Ti amo.
MARIA: Giuro che sto scodinzolando. La prossima volta fammi fare un vestito da sera più corto, così te ne accorgi.
[...]
CALVIN: Ti tremano le mani. Perché non smetti di bere?
MARIA: Lasciami libera e ti spedisco da Roma i vuoti del latte.
CALVIN: A proposito di Roma. Il maritino giramondo è ritornato a Bangkok ieri mattina. Ha telefonato al mercante di fiori. Dice che vuole ricomprarti.
MARIA: Stanotte portami con te a Bangkok, ti prego.
CALVIN: Scordatelo.
MARIA: Gli dirò che ti amo, se ne andrà, lo conosco.
CALVIN: Cercano Rossella O'Hara per il remake di Via col vento. Farò il tuo nome.
MARIA: Stammi a sentire, Clark Gable dei poveri: mio marito non deve sapere i giochi della tratta e tutto questo schifo dorato.



Andrea Camilleri, Privo di titolo, Sellerio 2005

Qui invece, si respira aria fresca. Eh sì. Non è solo il dialetto siciliano (che rallenta leggermente la lettura) a rendere vivi e pulsanti i personaggi. E' che Camilleri sa scrivere bene, non c'è nulla da fare.
Ispirandosi a un fatto storico, il libro racconta delle mistificazioni legate alla morte dell'"unico martire fascista siciliano".
Salvatore Silvano Nigro, in seconda di copertina,  spiega:  "[...]La narrazione trascorre dai registri della malizia burlesca a quelli della moralità tragica, tra le matterie, le fibrille e le amplificazioni del linguaggio".
Tutto è corposo, realistico, partecipato: i sotterfugi, le malizie, le corna, finanche la burla a Mussolini di una inesistente città a lui intitolata, che esiste solo in fotomontaggio.
E lo scrittore fa quello che da lui ci si aspetterebbe: parlando di altra gente, altri tempi e altri luoghi, ci fa capire qualcosa di più del nostro mondo di oggi.
Voto: 8

un frammento:

Il baronello, in cammisa nìvura e coccarda driccolore, giarno comu nu mortu, s'afferra con le mano al bordo della ringhiera accussì forte che le dita gli addiventano bianche.
"Zittdini! Camgggrati! Ho zint to pagggrle che..."
"Non s'accapisce!" Fa una voce robusta dalla piazza.
Il baronello si sente strammare. Non lo capiscono? E come mai? Forse deve gridare chiossà.
"Zittdini! Camgggrati! Ho zint to..."
"Arrè!" fa l'istissa voce dalla piazza. "non s'accapisce una minchia!"
"Vuoi vidiri che è un vigliacco sabotatore comunista?" pensa il baronello e talia interrogativo ad Addolorato Mancuso che gli sta allato.
"Non stringiri i denti quando parli" gli suggerisce quello.
Il baronello capisce che il nirbùso gli ha giocato lo sgherzo di fargli sirrare i denti tanto che ora, appena li distacca, si sente le mascelle indulurute.
blaterato da ilsalta alle ore 10:48 | link | commenti (7)
categorie: recensioni
giovedì, 11 agosto 2005

HAPPY THE MAN - Beginnings (1990) - Crafty Hands (1978)

Gruppo americano nato dall'intensità creativa musicale prog degli anni Settanta. Stanley Whitaker (chitarra) e Rick Kennell (basso) si conoscono in Germania. Una volta tornati negli States, ingaggiano per dar luce al progetto Happy The Man, Frank Wyatt (tastiere, flauto e sax) Kit Watkins (tastiere) e Mike Beck (batteria). Le loro prime incisioni vengono pubblicate solamente nel 1990, raccolte nell'album "Beginnings". Le registrazioni dei brani, alcuni live, altri in studio, risalgono agli anni 1974-1975. Crafty Hands, del 1978, viene considerato dalla critica il loro miglior album, nonché uno dei migliori lavori di progressive americano. Il disco è quasi interamente strumentale (sono un brano è cantato) e presenta una miscela di jazz, suoni canterburyani propri dei Camel, con l'aggiunta dei migliori Gentle Giant. Dal tutto, nascono brani quasi tutti giocati sull'accumulazione di strati, in cui ogni strumento gioca un ruolo importante non fine a se stesso, ma ad un suono 'd'insieme'.

Brani presenti sul CD "Beginnings": 1) Leave that kitten alone - 2) Passion's passing - 3) Don't look to the runnng sun - 4) Gretchen's garden - 5) Partly the state - 6) Broken waves - 7) Portrait of a waterfall.

Brani presenti sul CD "Crafty Hands": 1) Service with a smile - 2) Morning sun - 3) Ibby it is - 4) Steaming pipes - 5) Wind up doll day wind - 6) Open book - 7) I forgot to push it - 8) The moon, i sing (Nossuri).

blaterato da cinziatull alle ore 18:38 | link | commenti (2)
categorie: recensioni

KERRS PINK - A Journey on the inside (Musea, 1993)

Dopo 12 anni dall'uscita del loro "Mellon Oss", questa band norvegese ha pubblicato nel 1993 concept album (che contiene, cioè, brani con un unico tema conduttore), in cui si narra la storia di un ragazzo, Roy, e della sua ricerca del proprio ruolo nel mondo. Per la registrazione di questo lavoro il gruppo ha impiegato ben 2 anni. Come tutti i migliori concept albums, i brani presentano una notevole variazione musicale, inframezzate da pause narrative. Nei Kerrs Pink sono molto presenti influenze dei Camel e di Steve Hackett, mescolate con sonorità di folk nordico. Dell'intero album ho apprezzato maggiormente "Rubicon", che si sviluppa magnificamente per oltre 10 minuti.

Brani presenti nel CD: 1) Prologue - 2) Kingdom of Nothing - 3) Mutual attraction - 4) Magic Mary - 5) Journey - 6) Act of appearing - 7) The Village - 8) The voice inside your heart - 9) The initiator - 10) Downtown happy-go-lucky bunch - 11) The sorcerer - 12) Time fot thought - 13) Showdown - 14) The Merger - 15) The prisoner - 16) Rubicon - 17) Delirious - 18) Epilogue.

 

blaterato da cinziatull alle ore 18:05 | link | commenti
categorie: recensioni