L'eccellente
Lisa Paniscus, evidentemente sotto l'effetto di qualche sostanza psicotropa particolarmente potente, mi scambia per una persona acculturata e mi rimpalla una "catena" blogghica: parlare di un libro sulla
Shoah, per una sorta di "biblioteca della memoria".
Ero
naturalmente scampato alla catena dei "thinking blogger", e la cosa ha un ché di tautologico. Anzi, assieme a un altro comblogger di merende che immagino preferisca restare anonimo, ci eravamo moderatamente vantati della nostra esclusione, noi che ci sollazziamo con robe tipo le caccole, le unghie incarnite, il vomito del gatto o la fiatella del giornalaio.
Pensavamo per l'appunto di fondare una sorta di gilda dei "cazzegging bloggers", con regolare banner riportante l'effigie di un piccolo fallo stilizzato, ma non avendo il sottoscritto ancora reinstallato photoshop, l'opera è ferma in cantiere.
In ogni caso... che dire.
Non ho una grande cultura, non ero - neanche quando potevo permettermelo - un "hard reader", veleggiavo placido su quei 15-20 libri all'anno, spesso romanzi, spesso libri musicali.
Scolasticamente ho avuto però una forte formazione laica e progressista, grazie a delle perle di insegnanti. I valori della tolleranza, della non violenza, dell'antimilitarismo erano molto presenti ed erano un punto fermo dell'educazione dei ragazzi.
Tantissimi piccoli elementi hanno impregnato la mia gioventù, più che una cultura nozionistica.
Il professore di ginnastica che in gita sul pulmann ci suonava "Auschwitz" raccontandoci dei campi di sterminio, le professoresse di lettere che insistevano con particolare zelo su "La guerra che verrà" di Brecht o sulle poesie di guerra di Saba... Fra le varie cose di quegli anni lontani sono sicuro che ci sia stato anche "Olocausto", ma è un ricordo davvero troppo remoto.
Per cui mi vedo costretto a parlare di un romanzo tutto sommato un po' "laterale", nel senso che non è una pietra d'angolo, un'opera definitiva e totale, non un saggio, non un tomo ponderoso di storia.
Ho letto un bel po' di anni fa
L'Amico Ritrovato di Fred Uhlmann, e ne conservo un ricordo non dettagliato, ma intenso.
C'è l'ombra delle persecuzioni sugli ebrei, e se ne intravedono varie avvisaglie e ripercussioni, ma il tutto è filtrato dalla storia del rapporto di amicizia fra i due ragazzi. Al di là e a margine delle grandi ideologie, dei concetti universali e dell'incipiente sciagura su scala mondiale, le vicende del protagonista e dell'amico "impossibile" ci ricordano che le grandi cause, i grandi sommovimenti che investono le masse, le moltitudini, vanno a incidere sull'esistenza di
individui.
Anche semplici, anche umanissimi o acerbi e incapaci di restituire un senso alla realtà, come possono essere due ragazzi nel loro struggente e epocale rapporto di amicizia adolescenziale.
Passerei la palla a gente che di libri ne sa:
... Boia che fatica, 'un me le fate fa' più questa cose che parte l'aneurisma.