Sognò un incontro romantico, trasfigurando il ricordo di una compagna di un corso seguito alcuni anni prima.
Lei lo stava aspettando, lui lo sapeva, tutti lo sapevano. E mentre si avvicinava al luogo del rendez vous, l'aria era carica di un'aspettativa elettrica, e serena al tempo stesso.
Tutt'intorno, gruppetti di comparse dal suo passato lontano e recente parlavano e scherzavano. Qualcuno si scambiava effusioni con impudica volgarità, ma a lui non importava. "Che facciano come credano, queste cose ormai non mi toccano", diceva fra sé.
Poi entrava in una specie d'atrio di una scuola. Gente sostava e passeggiava in un quieto andirivieni operoso.
Affacciandosi in una sorta di aula con la porta socchiusa, lei era là, di spalle, a fare qualcosa insieme ad altri attorno a un tavolo. In ginocchio su una sedia, china come per disegnare, o giocare a Monopoli, col sedere all'insù.
E non c'era sensualità, erotismo, in quella posa... solo tenerezza, quella di un bambino concentrato che non si cura del resto, e offre la propria candida floridità senza neanche accorgersene,
Lui si scostava dalla porta, per non disturbare, prima che qualcuno la avvisasse del suo arrivo, e prendeva a gironzolare per l'atrio.
Poi qualcuno la avvisava, e lei si precipitava fuori della stanza a cercarlo.
Poi giocavano ingenuamente a nascondino, lui riparandosi comicamente dietro un pilastrino troppo sottile, finché lei non arrivava a scovarlo, con un sorriso radioso.
E l'abbraccio che ne seguiva era qualcosa di puro, ed enorme, e totalizzante.
Era come se dicesse "voglio te, sono qui per te". E il "qui" era il mondo, era l'esistenza di lei.
"Come sono fortunato, ad avere Sara" fu l'ultimo pensiero colmo di gratitudine, prima che la troppa gioia lo svegliasse.