Mi imbatto in vari tipi di disagio... sociale? relazionale? come dicono quelli che parlano istruiti? fra le persone che "abitano" questo manicomio che è internet.
Non che ci sia nulla di apocalittico, mi verrebbe da dire prudentemente: ci stiamo di lusso, con le nostre paturnie e nevrosi, nella prospettiva di scambiarci di posto, toh, con un afghano o con uno del Darfur (darfurese? darfuregno?).
Però, forse proprio se pensiamo a paragoni del genere, questo nostro malessere pare ancor di più grottesco e insondabile.
Scovo vite e personalità del tutto trasmigrate in una dimensione fatta di soli bytes, che vivono attraverso la tastiera relazioni, paure, climax emotivi, autoanalisi frettolose, diatribe, scontri, riflessioni, amori, catarsi, traumi, aspirazioni.
Non c'è più spazio per una intimità in carne e ossa, non esiste una stanzetta come quella di Virginia Woolf.
Non ci si rammenta - o non si è mai conosciuto - (e qui capisco certe "filippiche" amareggiate della signora Azzurra :P) il valore di un pudore e di un certo senso di continenza.
Tutto viene sparato, bruciato, compulsato, sbandierato attraverso quel canale elettronico che è rimasto l'unico contatto col mondo.
Mi sembra a volte buffo e demodé il buon Pio, che parla di come secondo lui la gente dovrebbe tornare a conoscere la terra, ché non sopporta di sentirsi chiedere, a febbraio, se nel suo orto sono già maturi i pomodori. Molto più spesso, penso che Pio abbia ragione.
La gente, me compreso, dovrebbe tornare a conoscere il periodo di maturazione dei pomodori, e tante altre cose verrebbero da sole.