L'erba medica
La PFM aveva con la droga un rapporto molto strano. Sarebbe una bugia dire che non abbiamo mai provato, perché in quel periodo soprattutto in Inghilterra o in America era praticamente impossibile non rimanere coinvolti da quello che succedeva intorno a noi. Però devo dire con tutta sincerità che non abbiamo mai usato additivi nei concerti. Abbiamo sempre pensato che la musica va suonata in piena lucidità e da veri musicisti, dal vivo, abbiamo sempre avuto un atteggiamento un po' sportivo: bisognava essere in forma.
Il nostro momento di ebbrezza erano le partite a scopa. Erano partite creative ed estremamente divertenti. Ridevamo come pazzi anche perché in America si fuma quasi esclusivamente la marijuana, che ha un effetto diverso da quello dell'hascisc. L'hascisc appesantisce, ti da mal di testa, mentre la marijuana messicana di buona qualità esalta l'immaginazione in un modo lucido, così come raccontano gli indiani nelle loro storie, dove l'uso rituale della cannabis o del peyote è sempre legato a esperienze iniziatiche.
In California si trovava marijuana dovunque, anche per strada. Letteralmente, intendo dire: sull'autostrada da Los Angeles a San Diego era pieno di piante, perché gli hippy che si facevano le canne in macchina buttavano via i semi dopo averli separati dalle foglie. I semi germogliavano, le piante crescevano e così c'era un sacco di gente che passava di lì nella stagione giusta, vedeva una bella pianta e se la metteva in macchina. Lo dico soprattutto per fare capire com'era considerata all'epoca la droga, che tra l'altro è una parola abbastanza imprecisa e carica di significati negativi. Dunque si sfumacchiava un po' tutti e naturalmente anche i nostri tecnici ci davano dentro spesso e volentieri.
Uno di loro si chiamava Birillo, un soprannome nato dal fatto che pur essendo per la prima volta in America e non sapendo niente d'inglese, se la cavava sempre e comunque, in tutti i posti e in ogni situazione. Per esempio se lo lasciavamo all'aeroporto di Chicago dandogli un appuntamento a Los Angeles, Birillo non faceva una piega, se ne stava in giro da solo e arrivava sempre puntuale. Come facesse non so. Genio italiano, immagino: era un siciliano trapiantato a Genova. Birillo ci sapeva fare, insomma, anche con le ragazze.
La sera capitava spesso che i tecnici si fermassero dopo il concerto a farsi uno spinello vicino al palco, attorniati dalle groupies che non stavano appresso ai musicisti. Birillo era un ragazzo molto carino e cuccava. All'epoca non c'era la paura dell'AIDS, perché nessuno sapeva cosa fosse, però c'era la dotazione classica che bastava e avanzava, e così Birillo un bel giorno scopre di essersi beccato lo scolo.
Allora viene da noi disperato. «Ah, guarda... cazzo! Adesso come faccio?»
Patrick si prende a cuore il caso. «Non preoccuparti» gli dice. «Non è grave, ma devi andare dal medico.»
«Sì, ma come cazzo glielo vado a spiegare al medico? Datemi una mano, parlategli voi!»
Allora Patrick e io saliamo in macchina e lo accompagniamo dal dottore. Birillo era terrorizzato. «Chissà adesso cosa mi fanno...» si lamentava. «Mi prendono, mi arrestano... mi chiedono, mi dicono, ma lei dove l'ha conosciuta, chi è... perché, dove è nato, cos'ha fatto...»
«Guarda Birillo che non vai mica in confessionale» gli dico. «Cazzo, qui succede spesso... svegliati! Non l'ha mica data solo a te. Se ti ha attaccato qualcosa è perché a sua volta l'ha preso da qualcuno. Il dottore le sa queste cose!»
«Ah, va be'» fa Birillo un po' tranquillizzato. «Però glielo dite voi!»
«Sì, glielo diciamo noi» risponde Patrick.
Finalmente arriviamo allo studio del medico. Entriamo, veniamo ricevuti e ci ritroviamo nell'ambulatorio in quattro: un medico, un malato e due interpreti. E comincia la pantomima.
«Cosa devo fare?» chiede Birillo.
«Ha detto: "spogliati".»
Allora Birillo si spoglia. Intanto il medico parla.
«Cos'ha detto?»
«Ha detto: "sdraiati".»
Siamo andati avanti con questo giochetto per un quarto d'ora.
Poi, finita la visita, il dottore attacca con le raccomandazioni. «Deve prender queste pastiglie, due al giorno. Però mi raccomando, non deve mangiare carni, roba piccante, arachidi e tutto ciò che può irritare.»
Birillo ascolta preoccupatissimo, senza capire un cazzo. «Cos'ha detto?» «Ha detto che non devi mangiare tutte quelle stronzate che mangi tu: chili con carne, chili con peperoncino, chili con chili, i tacos, le robe messicane...»
«Ah, cazzo, tutte le robe buone non le posso mangiare più?»
«No, non puoi mangiare tutte le robe buone.»
«Allora cosa posso mangiare? Posso mangiare i cheeseburger?»
«Dottore, può mangiare i cheeseburger?»
«Oh, yeah» fa il dottore. «Sometimes... però attenzione: dovrebbe mangiare in bianco.»
«Cos'ha detto?»
«Birillo, devi andare in bianco. In tutti i sensi.»
«Ma come cazzo si fa a mangiare in bianco in questo paese?» sbotta Birillo. «C'è sempre solo carne con carne, steack oppure hamburger, al massimo pollo fritto...»
«Vabbe'» taglia corto il dottore «cerchi di mangiare in bianco...»
Birillo sospira e poi s'incupisce. Qualcosa lo turba. Si avvicina a Patrick e comincia a parlargli a bassa voce. «Chiedigli... si insomma... cioè se...»
«Che cosa devo chiedergli?»
«Chiedigli se... posso farmi le canne. Se c'entra qualcosa... se mi fumo uno spinello c'entra qualcosa?»
«Ma cosa vuoi che c'entri? Non passa mica di lì. Passa per i polmoni e poi va alla testa. Non c'entra con quello.»
«Sì, ma non si sa mai» dice Birillo. «Meglio chiederlo.» Allora Patrick si rivolge al dottore. «Senta dottore, il mio amico...» esita e istintivamente gli si avvicna all'orecchio. «Il mio amico vuole sapere se può farsi... gli spinelli. Può?»
Allora il dottore sgrana gli occhi stupito. Poi guarda Patrick fisso negli occhi e gli mette un mano sul braccio.
«Perché» gli sussurra con aria complice «avete un po' di roba?»
Franz DiCioccio, PFM - Due volte nella vita, Mondadori 1996