Rubrichina del Sabato
Viste le belle giornate ed avendo i pomeriggi liberi, ho iniziato ad andare in spiaggia, sdraiandomi al sole, portando con me un lettore portatile di mp3 in cui però ho inserito per ora solo pietre miliari del rock. E così mi sono riascoltata:
APHRODITE'S CHILD - 666 (Vertigo 1970). Il gruppo nasce intorno al 1968 a Parigi per opera di tre ragazzi greci, Demis Roussos, Vangelis Papathanassiou e Lucas Sideras. Per un paio di anni furono uno dei complessi da classifica più gettonati d'Europa, titolari di una versione commerciale del rock classicheggiante che imperversava all'epoca (Rain and Tears, End of the World, It's five o'clock, Spring Summer Winter and Fall i più famosi). Dopo lo scioglimento del gruppo apparve il doppio album 666, un'opera misteriosa che di fatto era un lavoro composto da Vangelis. Questo album vaniloquente di sortilegi, malefici, invocazioni, esorcismi, parole magiche, divenne presto una delle pietre miliari del rock esoterico, una sorta di Sgt. Pepper's degli inferi. Nel disco sono presenti gli stili più svariati, dalle jams al blues-rock, alla psidechelia di Four Horsemen, al tribalismo sfrenato di Babylon, dal zappiniano Altamount, al free-jazz di Do it, dalle cacofonie di Wakening Beast. Preghiere da muezzin come Lament, deliri di indemoniato in Infinite, interpretata da Irene Papas. Insomma, ogni sorta di invocazioni macabre. Più che di un'opera rock si tratta di un composto di magia nera, dove i quadri scorrono velocemente come in un carnevale dell'orrore. Voto 5.
CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL - Cosmo's Factory (Fantasy, 1970). I C.C.R. coniarono un linguaggio musicale unico con radici di musica blues e cajun della Louisiana. Quella fusione creò uno stile semplice e orecchiabile che rappresenta la quintessenza della musica americana. Le loro prime incisioni risalgono al 1964 sotto il nome The Blue Velvets, cambiato poi in Golliwoods. Nel 1967 con il nuovo nome Creedence Clearwater Revival iniziarono la loro nuova carriera. Dopo grandi successi rispolverati, quali Suzie Q e I put a spell on you, John Fogerty iniziò a comporre materiale originale. Nel 1970 arrivò l'osannato Cosmo's Factory, dove come inizio c'è Ramble Tamble, piena di cadenze viscerali e trascinanti del blues del Delta e sulle atmosfere dei Rituali della giungla (Run through the jungle), l'incubo più tetro ed ipnotico della loro carriera. Oltre il classico Travelling Band, sono presenti Looking out my back door, ragtime orecchiabile ed effervescente, Up around the bend (ruggente shout a ritmo di boogie) e Who'll stop the rain (gospel accelerato su un jingle-jangle). Voto 5.
NICK DRAKE - Bryter Layter (Island 1970). Nick Drake non ebbe una lunga carriera, che fra l'altro non fu molto prolifica, ma la sua influenza sui singer-songwriter degli anni '90 è stata immensa. La musica rock fra il 1967 ed il 1969 era stata altamente emotiva, emotività che si trasformava in creatività, lasciandosi alle spalle i ritornelli della canzone melodica alla Beatles, cimentandosi in titaniche imprese armoniche. Drake compì il percorso opposto: la sua musica sembra annullare completamente il fattore emotivo. La sua voce possiede un tono neutro, indifferente ed anemico, accompagnata da arrangiamenti spettrali. Il suo minimalismo era l'antitesi non solo dei principi della musica rock, ma anche dell'atteggiamento intellettuale di gran parte dei suoi contemporanei. Drake aveva poco da dire e lo diceva con il minimo di mezzi, fatto è che il bisbiglio quasi afono finiva per convogliare paradossalmente proprio le emozioni più estreme. La voce tenue e smarrita scandagliava gli stati terminali della malinconia, dell'angoscia, della disperazione. Nick Drake brancolava senza meta sul bordo dell'abisso e le sue canzoni erano i pensieri che lo accompagnavano nell'attesa della sua caduta. Purtroppo, egli ebbe pochi fan in vita: dovettero passare molti anni dalla sua morte perché la sua arte venisse rivalutata. Praticamente Drake morì nel 1974 di incomprensione, venne trovato morto il 25 novembre 1974 per eccesso di barbiturici. La sua carriera consta di soli tre albums e Bryter Layter è il secondo. E' presente lungo tutta la durata dell'opera un rhythm and blues magico, con acrobazie psichiche vocali che lo riconducono a Tim Buckley. Brani del tipo Northern Sky e At the chime of the City Clock sono state definite superbe odi, mentre Hazey Jane è vicina al cocktail jazz-soul-folk. Collaborano con Drake Richard Thompson e John Cale. Voto 5.
KING CRIMSON - In the Court of the Crimson King (Island, 1969). I King Crimson piombano sulla scena musicale nel 1969 armati di un nuovo strumento, il mellotron, che consentiva di simulare il sound di una orchestra. Facendo perno su questo ritrovato della tecnica, il gruppo accentuò il neo-classicismo dei Nice, Moody Blues e Procol Harum, assorbendo allo stesso tempo le influenze della psidechelia. Nacque così uno stile favolistico, maestoso, medievale ed esotico, che non aveva precedenti. Il genere inventato dai King Crimson era carico di emozioni sul versante del pathos romantico. Perno del gruppo è Robert Frip, emerso come una delle intelligenze più acute della musica rock. In the Court of the Crimson King rimane uno dei massimi capolavori del progressive-rock di tutti i tempi e quello che meglio di ogni altro rappresenta la corrente romantica. Il brano che dà il titolo all'album è una suite che fonde il folk medievale, la canzone rinascimentale, il jazz-rock e il sinfonismo classico in un volo di fantasia. Il fatto saliente era che per la prima volta si era riusciti a fondere tradizioni così diverse. Il chitarrismo calligrafico di Fripp si accompagna stupendamente alle ventate elettroniche di McDonald, all'accompagnamento leggiadro di Lake ed al passo marziale di Giles. I talk to the wind rappresenta una introduzione al mondo fiabesco, ballata tenue accompagnata da riverberi di oboe e vibrafono. Ma il vero capolavoro sinfonico è Epitaph, che si apre con una maestosa marea di mellotron per ridursi subito ad un bisbiglio marziale e malinconico. Il capolavoro nel capolavoro è rappresentato da Moonchild, una lunga suite che è anche il brano meno lineare. 21st century schizoid man aggredisce con uno slogan distorto, per lanciarsi poi in una jam furibonda, in cui il delirio di chitarra insegue fiondate veloci di sax. Voto 5.
Rubrichina del Sabato
PACO DE LUCIA - Castro Marin (Phillips, 1981). Primo lavoro per Francisco Sanchez Gomez (questo il vero nome), figlio del chitarrista di flamenco Antonio Sanchez. Castro Marin non eguaglia la bellezza di Siroco, ma resta pur sempre un documento importante per la storia del flamenco. Voto 3.
JOHN McLAUGHLIN - Electric Dreams (Epic, 1978). John McLaughlin rappresenta uno dei chitarristi più innovativi della fusion. Iniziò la sua carriera con la Mahavisnu Orchestra, proseguendo con una fortunata carriera solistica e collaborazioni con altri virtuosi della chitarra, quali Paco de Lucia e Al di Meola. Iniziò a suonare la chitarra all'età di 11 anni, ispirandosi ai grandi del blues. Questo suo Electric Dreams è uno dei suoi albums migliori. Voto 5.
AL DI MEOLA - The Best of the Manhattan Years (Manhattan-Capitol, 1992). Raccolta tratta dai tre albums incisi per l'etichetta Americana Manhattan (Soaring through a dream, Cielo e Terra, Tirami su). Al di Meola, statunitense, prese parte nel 1974 al progetto Return To Forever di Chick Corea, con cui rimase fino al 1976, anno in cui iniziò ad incidere per proprio conto. Ha dato alla luce lavori splendidi, quali Elegant Gipsy, Casino, Splendido Hotel. Voto 4.
AL KOOPER & MIKE BLOOMFIELD - The Lost Concert Tales 13/12/1968 (Columbia, 2005). Esce per la prima volta in Cd, mai uscito in Long Playing, questo album che testimonia uno dei più fortunati concerti del duo. Mike Bloomfield, proveniente dalla Paul Butterfield Band, non è un semplice chitarrista, ma un "musicologo". E' stato il maggiore esponente di quella che fu definita la scuola del blues bianco di Chicago. Ha collaborato anche con Bob Dylan in Highway 61 Revisited, storico manifesto del nuovo folk rock elettrico. Al Kooper è il membro fondatore dei Blood, Sweat & Tears, senza dubbio uno dei migliori gruppi di jazz/rock/blues (You've made me so very happy, Spinning wheel, Hi-De-Ho, And when i die). Voto 3.
JOHN RENBOURN - Faro Annie (Transatlantic, 1971). Membro fondatore dei Pentangle, uno dei gruppi più significativi del folk-rock inglese, nasce nel 1944 in un sobborgo di Londra. Affascinato da giovanissimo dal blues, fu successivamente influenzato fortemente dal chitarrista Davey Graham (l'autore di Anji, brano ripreso anche da Bert Jansch e Simon & Garfunkel), che per primo mescolò il blues con la musica antica di varia provenienza. Dopo aver frequentato il Kingston College of Art, a cui al tempo erano iscritti anche Eric Clapton, Sandy Denny ed i membri degli Yardbirds, Renbourn nel 1965 iniziò ad incidere, dando alla luce albums di grande livello. Nel 1971, mentre era ancora in attivo coi Pentangle, diede alla luce questo Faro Annie, ultimo suo lavoro per l'etichetta Transatlantic, in cui sono presenti per la gran parte, brani tradizionali arrangiati dallo stesso musicista. E' accompagnato per l'occasione da Pete Dyer (armonica), Dorris Henderson (voce), Terry Cox (batteria), Sue Draheim (fiddle) e Danny Thompson (basso). Voto 4.
BELA FLECK & THE FLECKTONES - Ten from Little Worlds (Columbia, 2003). Senza dubbio una delle proposte più originali ed interessanti della fusion degli ultimi anni. Il banjoista Bela Fleck, partito dal bluegrass e dal country, ha ampliato i suoi orizzonti applicativi del suo strumento, mescolando il campo tradizionale al jazz. Nel 2003 ha dato alla luce un'opera molto ambiziosa, intitolata Little Worlds, in un triplo CD. Nel timore che tre dischi possano sembrare eccessivi, la Columbia ne ha pubblicato una specie di condensato, appunto questo Ten from Little Worlds, in cui sono racchiusi i 10 brani più significativi dell'opera. Oltre ai Flecktones - Victor Wooten al basso, Future Man (eheh) alle percussioni e Jeff Coffin al sax - sono presenti in questo album ospiti illustri, Branford Marsalis, Bobby McFerrin ed i Chieftains: Voto 5.